LA DIGNITA DELL’AFRICA E POSSIBILE !

 

Parlare del Burundi e della mia esperienza presso il Centro Giovani Kamenge in poche righe è difficilissimo. Sono tre anni che vengo in questo Paese e tutte le volte rimango sorpresa di fronte alla particolare cultura burundese, un po’ come il Piccolo Principe quando sbarca sul pianeta terra. Dicono che il Burundi non sia Africa e nemmeno Europa. Io non mi sono mai posta il problema, perché nella mia insaziabile curiosità non classifico secondo giudizi o pregiudizi quello che vivo, vivo e basta. E nella mia maniera di vivere cerco di creare legami, di costruire amicizie forti, di assaporare le differenze per scovare nella difficoltà dell’interazione dei parametri universali che mi permettano di star bene con l’altro. Un po’ come il Piccolo Principe con la volpe: è nel conoscersi, nel confronto e nel rispetto che si familiarizza con l’altro.

Torno sempre qui perché ho trovato un angolo di mondo molto speciale: il Centro Giovani Kamenge, un grande centro sociale, culturale e sportivo, dove per la prima volta in Africa i giovani sono resi protagonisti nella gestione di una struttura. Il Centro propone ai giovani tra i 16 ed i 30 anni una quarantina di attività settimanali (corsi di lingue straniere, di informatica, di taglio e cucito, musica, danza, canto, sport, Diritti Umani, democrazia, sviluppo sostenibile, …), e la particolarità sta nel fatto che i giovani beneficiano gratuitamente delle attività e in un secondo momento si mettono gratuitamente a disposizione per formare i più piccoli. Sono 15 anni che il Centro (1991) funziona e risponde prontamente ai bisogni della popolazione dei Quartieri Nord.

 

Popolazione particolarmente martoriata, visto che nel 1993 proprio i Quartieri Nord posti alla periferia di Bujumbura, la capitale del Burundi, sono diventati il fulcro della guerra civile. Con l’uccisione del Presidente Ndadaye, primo presidente burundese eletto democraticamente nella storia del Burundi, è infatti scoppiato un drammatico conflitto tra gli hutu ed i tutsi, che ha visto la morte in pochi mesi di più di 300.000 persone, la fuga di 2.000.000 rifugiati e la divisione dei quartieri su base etnica. Alcuni quartieri sono diventati esclusivamente hutu, altri solo tutsi. Le barriere del conflitto non sono mai state visibili, ma erano profondamente presenti nei cuori della gente, che traumatizzata dagli orrori commessi dai machete e kalashnikov, hanno vissuto la totale distruzione materiale e morale del proprio Paese. Un Paese piccolo, posto al centro dell’Africa, con già gravi problemi di autosussistenza, ma purtroppo dotato di buone strade e di un aeroporto che lo trasformano in un punto strategico a livello internazionale per connettere il Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo, ben ricca di oro, diamanti e coltan.

E’ proprio nella guerra che il Centro Giovani Kamenge e i suoi ottanta educatori volontari e non, hanno trovato ragione di essere. Nato per volontà della Diocesi burundese di Bujumbura, che voleva ridare dignità e speranza alle nuove sfiduciate generazioni dei quartieri periferici, il progetto è stato pensato e creato da tre padri saveriani, tra cui padre Claudio Marano presente al “Kamenge Festival il 24 marzo a Nomi, che si sono prefissati l’obbiettivo di “mettere insieme i giovani senza fare nessuna distinzione”. Ecco perché qui si incontrano ragazze e ragazzi, musulmani cattolici e protestanti, hutu e tutsi, congolesi tanzaniani e burundesi, ricchi e poveri, italiani e francesi e chiunque voglia accedervi. Perché nelle sale del Centro si viene per costruire il proprio futuro, per imparare che le differenze possono rappresentare delle preziose ricchezze e che solo attraverso il rispetto e la solidarietà si potrà ricostruire non solo il Burundi, ma il mondo intero.

Non è un lavoro facile, e più vengo in questo Paese più me ne rendo conto. La guerra non distrugge solo le case e le infrastrutture, ma frantuma totalmente la fiducia nell’Essere Umano. Ricostruirla costituisce un duro e paziente compito. Nonostante i giovani burundesi siano molto portati al contatto umano e alla vita comunitaria come tutti gli africani, il fatto di essere stati troppe volte manipolati, maltrattati, sconfitti, li allontana dalla loro propria natura e non riescono più ad investire in se stessi e negli altri fino in fondo. Se di fronte all’opportunità di imparare gioiscono come dei bambini di fronte ad un gelato al cioccolato, nel momento in cui gli si richiede un po’ di continuità, maturità e senso di responsabilità, la maggior parte di loro fugge a gambe levate. Perché molti di loro hanno ucciso o hanno subito delle atroci violenze.

Quando si presenta l’inspiegabile, si perdono tutti i valori ed i principi che fino ad un giorno prima costituivano un punto di riferimento. Quando la mente è riempita di ricordi bui e tragici sulla morte dei propri genitori o fratelli o sulle proprie mani che hanno ucciso, si perdono tutti i possibili sensi di una vita. Il nostro lavoro è di recuperarlo, il senso della vita. Concretamente, proponendo un “laboratorio di pace costruttiva”, dove la pace non viene sperimentata, bensì vissuta giorno dopo giorno. I tempi di cui ogni giovane necessita per comprendere che solo l’amicizia, il dialogo ed il rispetto reciproco possono dargli serenità, sono diversi in base ad ciascuno. Il Centro Giovani Kamenge non mette fretta, lascia le proprie porte aperte e aspetta che il cuore di ognuno si liberi della dura corazza che troppi anni di guerra ha creato. Basta che si apra una volta, il cuore, con un corso, un concerto, una marcia, un discorso, un gesto, un sorriso, e la fiducia si installa. A poco a poco. E’ solo l’inizio, il tempo e la continuità faranno poi la loro parte.

 

 

Questo è il primo passo: quelli successivi non sono meno faticosi. Si tratta di restituire la libertà di parola a un popolo che ha conosciuto per 50 anni solo il silenzio della dittatura (due giornali vengono redatti mensilmente), di ridare dignità alle donne che sono state perseguitate e violentate, di rimediare al 60% di analfabetismo che vige nei Quartieri Nord (Progetto Alfabetizzazione), di ricostruire nelle vacanze estive le abitazioni distrutte durante la guerra (Progetto Campi di Lavoro e Formazione), di informare e sensibilizzare sulle grandi problematiche giovanili (droga, alcool, AIDS, …), di sostenerli nella formazione, di aiutarli nella costituzione di movimenti associativi con il fine di creare delle attività generatrici di reddito (Progetto Ufficio delle Associazioni), di riportare i colori della speranza tra i giovani che si apprestano ad affrontare il proprio futuro, spingendoli ad interessarsi alla propria realtà e a fare tutto il possibile per migliorarla (Progetto Pace e Riconciliazione).

 

 

 

 

L’aspetto che più mi piace di questa struttura è la totale condivisione della quotidianità con i giovani burundesi. Condividere la creatività e lo spirito di iniziativa, il coordinamento e lo svolgimento delle attività, il senso di responsabilità e di organizzazione, la mescolanza delle differenti esperienze, dei giochi, delle parole, dei colori in un gioco di uguaglianza e di parità non è sempre scontato, e gli imprevisti in una struttura così vasta che convoglia così tante persone sono molteplici.

 

 

Ma la voglia di continuare si respira tutti i giorni, soprattutto quando la sera si sentono ancora le bombe lanciate dal FNL (Front National pour la Liberation), il solo gruppo di ribelli estremisti rimasto che non ha ancora firmato definitivamente gli Accordi di Arusha (2000) che prevedevano il Cessate-il-Fuoco per tutti. Tutti vogliono la pace ora, ma il gruppo ribelle riesce ancora a reclutare dei poveri giovani che non hanno mai ricevuto niente dalla vita e sperano di poter approfittare attraverso la loro scelta di piccoli vantaggi, per esempio di essere sostenuti nella scolarizzazione o di avere qualcuno che si prende cura di loro. Poveri giovani, la maggior parte di loro orfani della guerra precedente, che credono ancora che con le armi si possa raggiungere qualcosa. 15 anni di guerra hanno distrutto il loro cuore e la loro mente ed il loro recupero non è facile. Noi contiamo costantemente nell’effetto a catena dei giovani pacifisti che invece hanno toccato con mano la possibilità di un altro mondo e che stanno contagiando ormai da anni la popolazione dei Quartieri Nord. E la vita così in Burundi continua, nei suoi estremi di gioia e di dolori, visto che qui gli equilibri non esistono, nelle sue delusioni e speranze.

 

 

 

 

 

 

 

Il lavoro dei giovani del Centro Giovani Kamenge non è dunque ancora finito, la strada per migliorare le condizioni di vita del Burundi è ancora lunga. I burundesi sono stanchi del loro primato di Paese più povero del mondo e vog

liono cominciare a vivere, non più sopravvivere. Per fortuna il loro entusiasmo e la loro energia sono inesauribili.

 

 

 

 

 

 

 

 

elena patoner, aprile 2007