Avvenire
 Thumbnail image

 

Il Centro Kamenge fondato dai saveriani ha 26mila iscritti e aggrega ogni giorno 2500 persone: hutu e tutsi, cristiani e musulmani «Il nostro sogno? Avere qui un cantante italiano»

Dal Nostro Inviato A Bujumbura Claudio Monici

Adesso, dopo la visita che regalò Nelson Mandela mentre era mediatore di pace per il Burundi, e grazie anche alla mobilitazione che raccolse 100 mila firme tra Italia, Svizzera, Francia e Spagna e spinse le Nazioni Unite a entrare in campo, dopo i non pochi riconoscimenti internazionali tra cui il prestigioso «2002 Right livelihood award» meglio noto come «Premio Nobel alternativo», c'è un sogno che i 26mila giovani iscritti al «Centre Jeunes Kamenge» vorrebbero tirar fuori dal cassetto dei desideri. «In Burundi vanno matti per la musica italiana, radio private e radio nazionale non mancano ogni giorno di trasmettere cantanti italiani, anche noi nel Centro giovanile facciamo accompagnare le varie attività con la musica di casa nostra», racconta padre Claudio Marano, missionario saveriano, uno dei fondatori nel 1991 del Centro giovanile. È l'unico luogo di aggregazione per i giovani di diversa etnia, religione, tendenza politica e situazione sociale, che mentre vivono insieme nel tempo libero svolgono tutta una serie di attività, ludiche e culturali, altrimenti impossibili in un Paese tra i più poveri e appena uscito da una lunga guerra civile.
Il sogno nel cassetto è quello di «poter avere ospite un cantante italiano, e qui vanno in visibilio per Eros Ramazzotti», aggiunge padre Claudio, mentre è intento a registrare nuovi giovani che dai quartieri poveri ma anche dall'università si presentano ogni giorno. Più di 26mila iscritti, di cui oltre 21mila ragazzi e quasi cinquemila ragazze, hutu e tutsi, cristiani e musulmani, tra i 16 e i 30 anni con una presenza giornaliera di quasi 2500 persone. Anche il Centro giovanile ha pagato il suo contributo di vite umane, negli anni della guerra civile. Non tutti i duecento nomi affissi in bacheca, «per non dimenticare», sono morti in seguito alle violenze etniche, molti sono stati uccisi da malattie e povertà.
La motivazione del Nobel alternativo del 2002 riconosce «il coraggio esemplare e indomabile nel portare avanti la propria attività, dimostrando come, nonostante nove anni di sanguinosa guerra civile, i giovani di qualsiasi gruppo etnico possano imparare a vivere e a costruire il loro futuro insieme in pace ed in armonia».
Sono 53 gli animatori, tutti volontari anche ex ragazzi di strada, che svolgono attività e offrono la loro competenza nell'informatica, nei corsi di lingue, nell'insegnamento della musica o del basket, ma anche nel taglio e cucito, come nella prevenzione dell'Aids. Tutto gratis. Sempre piena è la biblioteca, dove anche gli studenti universitari possono trovare testi che non esistono in tutto il Burundi. Come non esistono altri luoghi come questo, tranne il Centro culturale francese e quello americano. E così è piena anche la sala cinema, dove si trasmettono film in videocassetta che hanno soltanto un anno, ma rappresentano pur sempre una «prima visione» rispetto al cinematografo di Bujumbura da 400 posti, l'unico del Paese. «Lavoriamo nei quartieri poveri come in quelli benestanti - racconta padre Caludio -, lavoriamo per fare in modo che le differenze non diventino ostacoli ma mattoni per costruire una nuova convivenza».
Nonostante la grande dedizione dei religiosi, l'impegno del volontariato e l'aiuto inatteso di alcune organizzazioni (come i 30mila dollari donati da un gruppo buddista di Formosa venuto a conoscenza dell'attività del centro), c'è sempre bisogno di una mano per poter dare un futuro alle giovani generazioni. E con loro, a questo tormentato Paese.