BURUNDI
Dal 1993 vado regolarmente in Burundi durante l'estate (nel
94 e nel 99 anche durante l'inverno, approfittando dello speciale
congedo offerto dallo Stato).
Vado in Burundi a far che? Semplicemente per dare un mio contributo
alla pace e alla riconciliazione del paese. Ho vissuto tutte le
fasi della recente storia burundese. Nel 93 la breve esperienza
democratica dopo più di trent'anni di regime militare;
ed era un momento magico, come se le elezioni del mese di giugno,
portando la speranza, avessero cancellato ogni oppressione e asciugato
ogni lacrima. A febbraio e a marzo del 94, e poi nell'estate dello
stesso anno, ho vissuto la paura: ho visto a cosa poteva portare
l'ubriacatura della violenza scoppiata a seguito del tentato colpo
di stato dell'ottobre 93. Anche in camera, appena sopra la testa,
avevo una pallottola conficcatasi nella parete. E poi c'è
stata la 'pulizia' etnica nei quartieri nord della capitale, la
chiusura e lo svuotamento del quartiere di Kamenge; mi sono trovato
a vivere giornate di ville morte, organizzate nella capitale,
e ho imparato subito che la formulazione francese ville morte
lì non era affatto una designazione metaforica o approssimativa.
Ho vissuto sulla mia pelle cosa significhi dover attraversare,
per recarsi all'aeroporto, una 'zona di nessuno' e quanto possa
essere inquietante la scorta di uno "chef de zone" o
di un gruppo di soldati. Infine ho vissuto, nei miei ultimi soggiorni,
la lacerante altalena tra speranza e ricadute nella violenza,
tra le schiarite del mattino e gli spari che lacerano, a volte,
la sera o la notte, spari che paralizzano addirittura le rane
del quartiere, impedendo loro di proseguire il loro eterno lamento.
Che fare in queste condizioni, in un quartiere dove si prolunga
una guerra dimenticata o, come si dice, a basso regime? Davanti
a questa domanda potrei dire che già il fatto di essere
lì, spesso con la moglie, altre volte con una figlia di
vent'anni, con giovani nipoti o con un paio di studenti del Liceo,
non è insignificante. Non è insignificante, infatti,
per quanti vivono lì, per quanti sono costretti a vivere
lì e non dispongono di un'alternativa, il fatto che altre
persone abbiano deciso di condividere con loro l'esperienza della
paura è una grande cosa. Ricordo una notte, ai primi spari,
poco più in là del piazzale: ognuno è uscito
dal proprio letto, e ci siamo ritrovati nei corridoi, a spiare
la notte dalle finestre. Tutti insieme, bianchi e neri, a condividere
la paura, l'attesa della fine degli spari, l'impotenza. E ho imparato
che lì, prima ancora di fare e di aiutare la povera gente,
l'importante è esserci, essere lì e condividere
insieme gli squarci della notte.
Ma a Bujumbura ho imparato che, anche nelle situazioni peggiori,
non si deve abdicare, non ci si può consegnare alla rassegnazione.
Il Centre Jeunes Kamenge, così si chiama un Centro costruito
negli anni 90 proprio in mezzo ai quartieri più dimenticati
e degradati della capitale (i quartieri nord), un Centro costruito
per i giovani, per permettere loro di vivere insieme e di riconoscere
che le differenze possono essere un valore e un'immensa ricchezza,
Il Centre Jeunes Kamenge mi ha offerto la possibilità di
scoprire, in me e negli altri, la possibilità di essere
creativi e creative anche all'interno di una guerra civile: la
possibilità di contribuire alla ri-creazione della pace,
pace che dev'essere letteralmente ricreata, sempre di nuovo, ogni
giorno, favorendo la riconciliazione, l'accettazione delle differenze,
l'impegno per la giustizia.
E così, ai frequentatori del Centre Jeunes (nel 94 e 95
erano poco più di una ventina, adesso sono tra i 700 e
i 1000 ogni giorno) ho potuto proporre - ogni giorno - incontri,
corsi e seminari sui temi della violenza e della nonviolenza,
della differenza, della riconciliazione. E mentre in altri spazi
del Centre Jeunes, sui campi di calcio o nella sala giochi, hutu
e tutsi giocavano insieme, e in altre sale facevano insieme un
cineforum o un corso di cucito, a un gruppetto di giovani io proponevo
letture che ci permettessero di scoprire le radici lontane e nascoste
della violenza che abita in noi e con la quale è difficile
fare i conti; proponevo lavori a gruppi che permettessero di scoprire
che ciascuno di noi si pone questi stessi interrogativi e che,
se c'è una risposta possibile ad essi, la dobbiamo cercare
e trovare insieme, condividendo quanto ci portiamo dentro, esperienze
deludenti e intuizioni generose.
Poi, negli ultimi due anni, condizioni meno tese per quanto concerne
la sicurezza hanno permesso di organizzare incontri anche fuori
dal Centro, nei quartieri: sia nei due quartieri tutsi, quello
più chic e un po' refrattario di Ngagara, e quello dei
déshérités di Cibitoke; sia nei quartieri
dove vivono (e sono relegati) gli hutu, in quello più creativo
di Kinama e in quello di Kamenge che era stato completamente distrutto
e adesso sta risorgendo. E in questi quartieri, a volte in spazi
dignitosi e ben curati, altre volte in baracche che sembrano topaie,
ho avuto sorprese: giovani e persone di mezza età, ragazzi
e anche qualche ragazza, osavano uscire di casa per passare una
serata dedicata a letture e discussioni; i temi erano ad esempio
"L'autre, menace ou richesse", oppure "Le quartier:
un atelier pour la justice". E non si trattava certo di discorsi
accademici: erano uomini e donne che, in situazioni difficili,
cercavano - insieme - risposte ai problemi quotidiani della convivenza
in un paese dilaniato dalla violenza, cercavano - insieme - un
cammino per darsi un futuro diverso, positivo per tutti e per
ciascuno, lontano da ogni esclusione.
Infine il Centre Jeunes Kamenge, che in questi anni ha visto nascere
nei quartieri una settantina di associazioni diverse (associazioni
di donne che osano coltivare i campi anche se poco lontano i maschi
sparano, associazioni di persone colpite dalla poliomielite, associazioni
di vedove ecc.) e che è diventato punto di riferimento
e di stimolo per le stesse, mi ha offerto la possibilità
di tenere dei seminari per queste associazioni. E sono stati seminari
per prendevano come punto di partenza una riflessione sulla fragilità,
fragilità che se riconosciuta e accettata correttamente,
permette relazioni nuove e creatività; sono stati seminari
sulle associazioni come spazio di apprendimento della democrazia,
del rispetto reciproco, della riconciliazione. A questi seminari
organizzati dal Centre Jeunes Kamenge ho visto partecipare donne
anziane e senza mezzi, e una vedova che, accennando alla fine
violenta di suo marito, si limitava a un gesto di traverso sulla
gola, senza commentarlo. Ho visto persone prendere coscienza delle
possibilità che il presente offre loro quando si sentono
accettate e riconosciute e valorizzate come persone; insomma ho
visto persone rifiorire! Su questo punto non posso fare a meno
di menzionare una ragazza di poco più di vent'anni: in
casa ha un bambino, ma ha anche i suoi fratelli più piccoli,
e il marito le è stato strappato dalla guerra. Il giorno
dopo il seminario per le associazioni, questa ragazza mi fa recapitare
una lettera per ringraziarmi: sì, perché il seminario
era stato per lei l'occasione per uscire dal quartiere per la
prima volta, dopo cinque anni; era stato un invito e un incoraggiamento,
e lei aveva osato!
E' il momento di fare un bilancio.
Certo, il Burundi mi ha preso molto, in questi anni. Mi prende
quando sono laggiù, impegnandomi dal mattino fino a notte
inoltrata. Ma mi prende anche quando sono qui in Svizzera: mi
pare giusto che, quanti laggiù vengono uccisi a tradimento,
senza difesa e protezione, abbiano almeno la 'consolazione' che
qualcuno, da qualche parte, gridi al mondo la loro morte insensata
immeritata ignorata. Mi prende quando organizzo serate e gruppi
d'incontro, quando ne parlo con gli studenti a scuola e con le
persone più diverse; quando sogniamo e prepariamo le nostre
estati burundesi. Mi prende quando scrivo - regolarmente - riflessioni
destinate a essere diffuse in Burundi, per incoraggiare donne
e uomini, laggiù, sul cammino della riconciliazione.
In fondo, quando sono qui in Svizzera, i volti, le voci e i rumori
del Burundi continuano a lavorarmi dentro e non mi lasciano pace.
Mi consumano.
Ma mi fanno anche crescere. Mi spingono a cercare soluzioni e
vie d'uscita anche là dove a prima vista sembrerebbe che
esse non esistano. Soprattutto alimentano la fragile pianta della
speranza. Certo, ho dato e continuo a dare buona parte di me stesso
e delle mie energie a questo paese, ma ho anche ricevuto e continuo
a ricevere tantissimo. Come non ricordare quel ragazzotto che,
ogni mattina, anche sotto gli spari, durante la stagione secca
bagna regolarmente i banani perché a vincere non sarà
(e non sia!) la violenza, bensì la generosità della
terra e la dolcezza di un frutto? Un gesto semplicissimo, il suo,
ma che dà un orientamento diverso, una carica nuova alla
tua vita.
E prima di concludere queste poche pagine, un grazie va agli amici del Centre Jeunes Kamenge, un grazie grande: essi mi hanno offerto un'ospitalità generosa e serena; mi hanno permesso di scoprire, in me e negli altri, fermenti insospettati e creativi; mi hanno incoraggiato su questi sentieri sempre insicuri; mi hanno fatto, e mi fanno, compagnia.
Renzo Petraglio
Gerra Piano, 31 marzo 2000