Fine estate 1999
DALLA TERRA LA RICOSTRUZIONE DI UNA CITTÀ: BUJUMBURA
Una volta c'erano case. Ora non rimangono che mucchi di macerie
lasciati a se stessi. Detriti di guerra, tra fasci di arbusti
che crescono selvaggi. Schegge del tempo che dolorosamente rimangono.
Bujumbura, Burundi. Terra da ricostruire perché sventrata
dalla guerra etnica . Le ferite ci sono ancora, aperte nel paesaggio,
fresche nelle memorie, spinose nei cuori. Dove non ci sono più
cadaveri, sono rimasti scheletri di case, a ricordarci la guerra.
Muri sconquassati, tetti spariti, svaniti tra le fiamme che l'odio
seminava. Case che il nulla della guerra Si ê portato via,
che il vento dell'odio ha cancellato dal tempo di chi la guerra
non l'ha vissuta, ma ha lasciato nel tempo di chi la guerra sfortunatamente
se la porta dentro, nella memoria, nei gesti, nelle parole. Vittime,
perlopiù, segnate nell'anima dal sigillo che i comuni mortali
chiamano guerra.
Questo ê il presente per chi vive a Bujumbura. Un presente
colmo di pianto. Un presente che ancora si porta in grembo la
memoria di un fuoco assassino che divampa fra le case. Un presente
dove odio e distruzione non sono comuni parole, ma sentieri di
macerie.
Eppure qualcosa di buono, di estremamente positivo, Si sta muovendo
fra il cimitero di case. Lo Si constata soprattutto nei quartieri
più direttamente toccati dalla guerra, i quartieri a nord
della città. Centinaia di giovani adoperano le loro forze
per ricostruire le case distrutte. Costruiscono mattoni di acqua
e di terra da cui nasceranno le nuove case, in francese li chiamano
"les briques de boue". È una nota positiva, questa,
nella quiete desolata delle macerie. Partono presto nella mattinata,
i giovani volontari, a gruppi, nel frastuono di picconi, badili,
rastrelli che rimbalzano metallici nelle casse di risonanza delle
carriole. Ma ad ascoltarlo bene, tutto quel rumore, non ê
solo frastuono. E qualcosa di più profondo, di più
autentico. È il suono della ricostruzione.
Mi ci sono trovato coinvolto anch'io , in questo suono aspro ma
per certi versi profetico di una vita che rigermoglia in terra
martoriata. Anch'io con altri giovani ho immerso le mani nel fango
per tirarne fuori una speranza di vita, quella dei mattoni. "Les
briques".
Strano destino, quello del fango. Da essenza dell'inutile a fonte
della vita. È quello che succede oggigiorno nel quartieri
nord di Bujumbura, la città burundese ancora scossa dalla
recente guerra interetnica. Ora il suo volto martoriato sembra
assumere una tinta più fiduciosa, grazie a numerosi volontari
che giorno dopo giorni Si impegnano a ricostruire una realtà
più vivibile.
Seba
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(i) Cosi è apparsa la guerra quando si è scatenata la notte tra il 20 e il 21 ottobre 93, con il tentato colpo di Stato e l'uccisione di Melchior Ndadaye, il primo presidente del Burundi, democraticamente eletto. Di fatto, con il passar dei mesi e degli anni, è apparso chiaro che il colore etnico era soprattutto un pretesto dietro il quale Si nasconde, semplicemente, una lotta per aggrapparsi ai potere. Su questo punto, illuminante è stata la presa di posizione della conferenza episcopale del Burundi. I Vescovi, in un documento del 13 dicembre 1996, scrivono: "Che cosa vogliono, in realtà, tutti coloro che preconizzano la guerra? Noi vogliamo escludere, innanzitutto, tutti coloro che sono trascinati nei conflitti senza conoscerne a sufficienza le motivazioni. A nostro avviso essi sono i più numerosi. Gli altri, che provocano realmente la guerra, non hanno che un obiettivo. accaparrarsi il potere e usufruire dei suoi vantaggi, senza condividerli con altri. Tutti gli altri motivi che solitamente si invocano non sono che semplici pretesti. Si dice spesso, per esempio, che la guerra del Burundi ê una guerra etnica. Che i Bahutu vogliono liberare le persone della loro etnia oppressi, e che i Batutsi vogliono proteggere i loro che sono minacciati. In realtà, tutti coloro che fanno la guerra non vogliono che il potere politico. Gli uni per conservarlo, gli altri per conquistarlo. Ma tutte queste persone che, per accedere al potere utilizzano uccisioni e massacri, non hanno altro obiettivo che l'occupazione dei posti bramati per approfittare delle risorse del Paese, dopo aver messo da parte i concorrenti. Noi avremmo creduto alla buona fede di quanti, tra loro, si spacciano per difensori dei diritti dell'uomo, della giustizia o della pace, se noi non fossimo testimoni dei crimini che essi commettono. Soprattutto quando essi massacrano anche i bambini e gli anziani!" (Ondes du Lac, Diocèse de Bujumbura, janvier 1997).
(ii) Ho avuto occasione di partecipare a un campo di lavoro organizzato presso il Centre Jeunes Kamenge di Bujumbura. Numerose sono le iniziative del Centre Jeunes volte a riassorbire l'odio della guerra e a ricostruire una stabilità tanto materiale quanto umana.