LA NOSTRA DOMENICA, 14 novembre 1999
Pagine "Mission Duemila"

Una proposta di pace per sconfiggere l'odio e la violenza
NUOVE SFIDE PER LA MISSIONE

E' una scommessa coraggiosa quella su cui il saveriano bergamasco p. Gigi Signori e alcuni confratelli stanno impegnando la loro vita di missionari. In un paese come il Burundi, travagliato da una lunga stagione di guerra e di violenza, hanno scommesso sui giovani, con una proposta rivoluzionaria: imparare a vivere insieme, "Per costruire un mondo di fratelli".

Questa è la storia di un sogno e di una sfida. E poiché la sfida è stata raccolta, il sogno si è realizzato. Ora è una straordinaria realtà che si chiama Centre Jeunes Kamenge, un cantiere per la pace nei tempi della guerra e dell'odio.
Quando nei sogni dell'allora vescovo di Bujumbura, mons. Ntamwana, cominciò a delinearsi l'idea di un Centro per i giovani nei quartieri nord della città, il Burundi ancora non stava vivendo il dramma che in questi ultimi anni ha segnato la sua storia. Eppure, per i molteplici problemi che quella realtà di periferia violenta ed emarginata presentava, soprattutto per il mondo giovanile, quel progetto richiedeva di non restare un sogno. Era una sfida da raccogliere e che fu raccolta da tre padri saveriani a cui di certo non mancavano coraggio e determinazione. Così nel 1991 furono fatti i primi passi, poi negli anni successivi si realizzò la costruzione dei locali, si diede inizio alle attività e alle iscrizioni, fino ad arrivare ad una cifra tanto grande da sembrare incredibile: il numero dei giovani iscritti al Centro in quest'ultimo anno ha superato quota 12.000. Il tutto passando attraverso la drammatica esperienza di una guerra finita solo sulla carta e di un pesantissimo embargo che per tre anni ha messo in ginocchio un Paese già prostrato.

Una proposta per p. Gigi
Era già in Africa da alcuni anni Gigi quando nacque il Centro di Bujumbura, ma era una Paese vicino, il Ciad, la terra del suo impegno di missionario saveriano. Vi rimase fino al '95. Poi scorso l'anno che stava trascorrendo in Europa per aggiornarsi e riposare, gli fu fatta la proposta di andare in Burundi, solo per qualche mese, a aiutare p. Claudio, uno dei padri fondatori del Centro, che in quel periodo, particolarmente critico, era rimasto da solo. "Ho accettato. Mi interessava molto quel tipo di esperienza che conoscevo solo in modo indiretto. Pensavo che anche in Ciad, dove avevo lavorato e dove sarei dovuto tornare, era quello il tipo di missione da portare avanti. Sono partito dunque per il Burundi e ci sono rimasto. Sono passati tre anni da allora".
Tre anni di esperienza missionaria molto particolare. "Noi non viviamo in una parrocchia; il nostro obiettivo principale non è quello di "far battesimi", di impostare il lavoro pastorale in una comunità già strutturata. A dei giovani contrapposti da una diversa appartenenza etnica, divisi dall'odio e assediati dalla miseria, proponiamo l'esperienza di una convivenza in cui la diversità sia vista come ricchezza, non come minaccia".
Fin dall'inizio del progetto, infatti, l'obiettivo fondamentale è stato quello di aiutare i giovani a prendere coscienza del loro essere persone che hanno diritti e doveri, capaci di vivere di nuovo insieme. Oltre la follia della guerra. "Per costruire un mondo di fratelli", come dice lo slogan che appare sul simbolo del Centro: una colomba appena abbozzata che reca nel becco un ramoscello di ulivo, accanto a un mappamondo su cui due mani, una bianca e una nera, si intrecciano e quasi lo sostengono.
"I giovani devono e possono imparare a rispettarsi, ad accogliere la diversità come dono, vivendo in gruppo i momenti della formazione e quelli della preghiera, le attività sportive e quelle culturali o ricreative, in un luogo che essi sentano davvero come la loro casa".

Il Centro è la mia casa
"Sono arrivato in Burundi nel pieno dell'embargo ed è stata una vera avventura il solo entrare nel Paese. A Bujumbura la guerra era finita, nel senso che… non c'era più niente da distruggere. Il quartiere hutu di Kamenge non esisteva più. Eppure in questo desolante contesto, ho trovato le costruzioni del Centro, che sorge al confine con quel quartiere, ben tenuto, nonostante tutto. L'impegno di p. Claudio, per tutta la durata della guerra, è stato quello di rimettere in ordine, di ricostruire sempre ciò che veniva danneggiato, per non dare l'idea dell'abbandono, della distruzione, dell'impotenza. Vedere che qualcosa restava in piedi avrebbe contribuito a tenere su il morale della gente. Eppure il Centro ha subito attacchi, è stato colpito da raffiche di mitragliatrice, è stato saccheggiato ed evacuato, trasformato in Centro per la distribuzione di aiuti alimentari e, in un periodo particolarmente critico della guerra, perfino ospedale da campo. Poi le attività sono riprese e al mio arrivo ho potuto constatare che i giovani di quei quartieri, ragazzi che per le loro condizioni di vita e per i loro molteplici problemi potrebbero essere considerati inaffidabili, rispettano i locali del Centro, non scrivono sui muri, non distruggono, non compiono atti di vandalismo. Il Centro è davvero la loro casa".
Al Centro si ritrovano e insieme vivono una partita, una doccia, un corso di chitarra, un omento di preghiera, giovani che la guerra ha messo uno contro l'altro, che hanno anche ucciso, ma soprattutto odiato. Com'è possibile? E' inevitabile per noi domandarcelo.
"Negli anni più duri della guerra, fra il '93 e il '96, la vita al Centro ha costituito una sfida a quanto succedeva fuori. C'è stato chi ci ha ostacolato, denigrato e attaccato in tanti modi perché non riusciva ad accettare la realtà di un luogo in cui dei giovani imparavano a convivere. Una realtà sotto gli occhi di tutti, concreta e per questo capace di scardinare eventuali tentativi di far fallire l'esperienza. Eppure sono stati i nostri giovani la risposta più efficace: quando dei ragazzi di etnie diverse imparano ad aiutarsi, a ragionare in modo diverso, è inevitabile che questo atteggiamento abbia ricadute positive anche fuori dal Centro, nella vita quotidiana, all'interno delle loro famiglie e dei loro quartieri".
E' questo il nuovo modo di fare missione di p. Gigi. Lui ci crede tantissimo e in questo lavoro accanto ai giovani, impegno non facile, ma di certo stimolante, sta vivendo il suo essere prete. E la chiamata ad essere missionario, annunciatore della "bella notizia", testimone dell'amore. Anche e soprattutto là dove la violenza e l'odio degli uomini possono far dimenticare la tenerezza che Dio ha per tutti i suoi figli.

Renza Labaa