Cari, amici,

permettete che una persona che viene da lontano vi scriva alcune considerazioni personali a proposito del Centre Jeunes Kamenge.
Personalmente sono stato spinto ad occuparmi del Centro da una ragazza diciassettenne, mia figlia Febe, che nel '92 è stata qui al Centro per un mese. Come mai una ragazza di quell'età è stata impressionata dal Centro che, allora, era ancora in fase di costruzione? Perchè mai ha provato simpatia per il Centro al punto da stimolare suo papà a venire qui? Come mai ne ha parlato anche in classe coinvolgendo i compagni in questo suo interesse e smuovendo la resistenza che gli svizzeri provano per il sud del mondo? II motivo è semplice: perchè l'ha visto, ii Centro, come spazio d'incontro, spazio dove i giovani potevano incontrarsi ed essere loro stessi. E cio indipendentemente dalle loro convinzioni religiose, indipendentemente dal fatto di essere unragazzo o una ragazza, di avere una famiglia o di essere allo sbando. Anzi, proprio con queste loro differenze i ragazzi si sentivano accettati.
L'anno successivo al soggiomo di Febe presso il Centro, io venivo per la prima volta in Burundi. E poi vi sono tomato parecchie volte per un periodo di quattro o cinque settimane ciascuna. Vi sono venuto a volte con mia moglie, una volta con un'altra figlia, una volta da solo.
E qui ho vissuto periodi belli come nell'estate 93, tempi duri come durante il mese di febbraio del 94, e periodi di relativa calma.
E oggi, che cosa posso dire a proposito del Centro?
Innanzitutto: il semplice fatto che dei ragazzi passino del tempo al Centro è gia un fatto importante. Se penso ai momenti in cui qui vicino capitavano violenze, di notte e di giomo, molte volte ho pensato: intanto che i ragazzi sono qui, non sono in giro a compiere misfatti, vandalismi, massacri. Venissero qui anche solo per sedersi sul muricciolo sotto il porticato, sarebbe già un successo rispetto allo stare in un qualche angolo del quartiere o in un qualche gruppo che si illude di realizzarsi nella droga, nell'alcool o nella violenza. Se poi, invece di stare qui seduti su un muricciolo, fanno qualcosa, se fanno sport o musica, se imparano qualcosa a un corso o anche semplicemente incontrando altri giovani, i risultati si fanno promettenti anche per il futuro.
Certo, pensando che si tratta di un Centro della diocesi, ideato dal vescovo Simone e gestito da missionari, ci si deve interrogare anche sui risvolti religiosi del Centro stesso. Su questo punto credo varrebbe la pena di sentire Simone, Simone che - sia detto tra parentesi - vorrebbe creare qualcosa di analogo per i giovani di Gitega.
Quanto a me, pensando che il Centro ha un collegamento con la diocesi, mi rendo conto che l'esistenza del Centro, gestito da missionari, possa porre alcuni interrogativi.
Innanzitutto, per coloro che da decenni hanno svolto qui la loro attivita missionaria. Per questi missionari lo stile del Centro può essere sentito come qualcosa che li mette in questione, come qualcosa che mette in questione lo stile che loro, spesso con immensa fatica hanno portato avanti per anni e anni.
Ebbene, io credo che questa sensazione possa essere valicata senza troppi sforzi. Lo stile del Centro non è in opposizione allo stile praticato da altri, padri Saveriani compresi, in Africa centrale o altrove. Lo stile del Centro non è "in opposizione a", è semplicemente "diverso". E la differenza non è necessariamente una minaccia. La differenza può essere una ricchezza e quale ricchezza! È cosi a livello umano. È cosi, e deve essere cosi, anche a livello teologico. La differenza di stile tra un missionario animatore de Centro e un missionario che ha lavorato qui negli anni del concilio e del dopo-concilio è sicuramente meno grande rispetto alla differenze teologiche tra la lettera di Giacomo e il vangelo di Giovanni. Eppure, al momento della redazione del Vangelo di Giovanni, nessuno si è sentito in dovere di dare alle fiamme la lettera di Giacomo. Essa era diversa, aveva una teologia diversa rispetto al vangelo. Lo si sapeva e lo si accettava senza lanciare anatemi, senza infierire nè su un versante nè su un altro.
Un'altra considerazione. Il Centro come centro giovanile e non come centro di spiritualità. L'uomo nuovo, di cui ci parla l'epistolario paolino, è un ideale armonioso, i francesi direbbero che è "l'épanouissement de la personne", la fioritura della persona in tutta la sua complessita. E allora bisogna fare in modo che i ragazzi e le ragazze del Centro si realizzino come giovani, in tutta la loro complessità e ricchezza personale. E la loro fede? La loro fede, per poter forse sbocciare e crescere, ha bisogno di questo armonioso spazio umano. Altrimenti è una fede legata alla paura, è la fede in un dio stampella dell'uomo, un dio tappabuchi che ricompensa l'uomo per le sue disavventure esistenziali. Insomma: un dio etemo supplente. Invece il Dio di Gesù è un Dio che ama l'uomo nella sua complessità e ricchezza umana, è un Padre che vuole la crescita e la fioritura di un uomo, di un figlio, di una figlia. Da questo punto di vista l'ideale della "salus animarum" va ripensato in modo del tutto radicale.
Infine, e non può certo mancare, una parola sulla guerra e sulla pace. Nell'ideale dell'uomo nuovo, nell'ideale di una nuova umanita resa possibile dal ministero della riconciliazione, la necessità di cercare la pace e di creare le premesse da cui essa possa sbocciare è evidente. E allora, proprio su questo punto, mi chiedo? La strategia che si sta attuando qui nel Centro è sensata? Ebbene, credo proprio di si. Non dico che sia la strategia, la strategia giusta. Credo che sia una strategia sensata. Essa non mi dà sicurezze, essa non mi promette un futuro di pace. Però rende possibile, essa dischiude un futuro di pace.
Sicuramente non esiste un termometro per misurare l'efficacia di questa strategia. Però, a ben guardare, esistono dei segni, dei sintomi che lasciano presagire questa apertura alla pace. E di questi vale la pena, credo, rallegrarsi.
Di tutto cuore

Renzo Petraglio
Bujumbura, 28 luglio 1998