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AFRICA
Reportage fotografico dal Burundi Un antidoto contro la guerra
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Il Centre Jeunes di Bujumbura. Viaggio
nel quartiere che dieci anni fa fu teatro degli scontri più feroci
tra hutu e tutsi. Qui sorge un centro gestito dai missionari
saveriani che rappresenta una speranza per migliaia di
ragazzi |
Testo e foto di Paolo
Simoncelli
Il Centre Jeunes
Kamenge di Bujumbura è una sorta d’allegro oratorio affollato ogni giorno
da migliaia di ragazzi tra i 16 e i 30 anni. Ma per la gente di Kamenge,
quartiere della zona nord della capitale del Burundi e teatro di feroci
scontri tra hutu e tutsi nel ’93-94, è una casa e una speranza. E un
vaccino contro la guerra.
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| Lungo l’infida strada che porta a Cibitoke, a
pochi metri dal confine congolese, c’è l’affollato campo
profughi dei 10.700 derelitti in fuga da un'altra
guerra. Provengono dalla vicina provincia di Kivu. Qui
l’unica speranza è cercare molecole d’oro nelle acque
limacciose del fiume Niangamana
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.gif) | Mentre
percorro la strada per arrivare al Centro, creato dieci anni fa dal
missionario saveriano Claudio Marano, la gente cammina tranquilla sulle
dorate spiagge del lago Tanganica. Ci sono innamorati, venditori di
Coca-Cola e qualcuno che fa ginnastica sotto le palme, tutti perfettamente
incuranti della lunga guerra civile.
Kamenge è il quartiere dove più
di ogni altro sono evidenti i segni delle devastazioni. Si respira sempre
la paura per le incursioni dei due gruppi ribelli, gli
avventisti-protestanti dell’Fnl (Fronte di liberazione nazionale) e i
musulmani dell’Fdd (Fronte per la difesa della democrazia), eppure la
gente è oramai fisiologicamente assuefatta alla precarietà.
Qui tutti conoscono molto bene il
rumore sinistro dei tamburi dei ribelli di religione evangelica, gli
assalliants, che annunciano un attacco, e le litanie dei
Salmi recitate a gran voce dai guerriglieri che brandiscono il Vangelo e
il kalashnikov prima di incominciare ad uccidere senza pietà. Lo fanno
scandendo lugubri "alleluja" per ogni vittima massacrata.
Quelli dell’Fdd, invece, uccidono
senza proclami né simboli religiosi. Una spietata crudeltà è in ogni caso
il loro comune
denominatore. Entrambi gli
eserciti sono suddivisi in una complicata miriade di sottogruppi che
proprio in questo periodo — è questa l’inspiegabile novità — stanno
incominciando a scontrarsi tra loro. Sono in molto a pensare che i ribelli
abbiano la forza di prendere il potere, trasformando la lunga guerra
etnica in guerra religiosa. Anche perchè se quelli dell’Fdd faranno la
voce grossa perché sono la maggioranza, quelli dell’Fnl si batteranno per
avere una fetta, non si sa quanto grande, di potere. Che il duro scontro
tra protestanti-avventisti e musulmani può portare il paese nell’abisso di
una moderna guerra di stampo religioso lo si visto a luglio quando i
ribelli hutu dell’Fnl (gli unici a non avere ancora firmato trattati di
pace perché vogliono che il controllo delle forze armate sia tolto ai
tutsi) hanno scatenato una guerriglia, durata una settimana, che ha
lasciato più di 700 vittime per le strade di Musaga e Kanyosha, i
quartieri sud di Bujumbura, fino ad allora relativamente sicuri. Il
governo di transizione, col passaggio di potere avvenuto il 1�
maggio 2003 dal presidente tutsi Pierre Buyoya al leader hutu Domitien
Ndayizeye come stabilito dagli accordi di Arusha del 2000, è dunque
miserabilmente fallito. I
bombardamenti dalle colline che circondano la città sono durati giorni
interi mentre per le strade si combatteva anche corpo a corpo. È stato
come ritornare agli efferati massacri del ’93, quando, a seguito del colpo
di Stato del 21 ottobre che fece fuori il presidente d’etnia hutu Melchior
Ndadaye, il primo eletto democraticamente nella storia del Paese, ebbe
formalmente inizio la guerra civile.
Non fu altro che l’ineluttabile
strascico degli orrori del ’72, l’anno in cui l’etnia minoritaria tutsi,
il 15% appena della popolazione, scatenò la caccia all’hutu. Un genocidio
che fece 200mila morti e che undici anni dopo si ripeté a ruoli invertiti
con altrettanta ferocia.
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| Sopra, alcuni dei feriti ricoverati
all’ospedale di Bujumbura dopo gli scontri avvenuti a
luglio, quando i ribelli hutu dell’Fnl hanno scatenato
una battaglia che ha lasciato più di 700 morti per le
strade di Musaga e Kanyosha, i quartieri sud della
capitale. L’8 agosto scorso, in un’irreale atmosfera, le
donne dei quartieri nord (foto sotto) si sono recate in
visita, cantando e ballando, a quelle in lutto dei
quartieri sud, per portare loro conforto e solidarietà
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.gif) | Ecco
perché l’8 agosto scorso, in un’irreale atmosfera, tragica e festosa
insieme, le donne dei quartieri nord si sono recate in visita, cantando e
ballando, a quelle in lutto dei quartieri sud, per portar loro conforto e
solidarietà. Sfilavano per le strade, inveendo contro la guerra, con le
ceste piene di cibo da offrire sulla testa. Una speranza potrebbe arrivare
dal fatto che i ribelli hutu dell’Fdd si sono detti disponibili ad entrare
in un governo transitorio guidato dal presidente Ndayizye. Al momento in
cui scriviamo sappiamo solo che la firma dell’accordo è prevista per metà
novembre a Dar El Salaam, e che l’Fdd si trasformerà in un partito che
entrerà in Senato. Una luce in fondo al tunnel della crisi per il Burundi?
Speriamo, ma da queste parti di accordi fatti e subito disfatti se ne sono
visti tanti. Inoltre bisogna sciogliere il nodo dei ribelli dell’Fnl che
hanno sempre rifiutato di partecipare a
trattative. Per ora, l’unica
piccola luce per questa gente è rappresentata dal Centro dei
saveriani.Quando vi arrivo, uscendo dal caotico assembramento di case
grigie brulicanti di vita, mi accoglie padre Claudio Marano, in Burundi
già molti anni prima della sua inaugurazione. Il Centre Jeunes Kamenge,
nato nel 1993 da un progetto della Chiesa cattolica di Bujumbura, fu
voluto fortemente dal vescovo di allora, monsignor Simon Ntamwana e poi
affidato ai saveriani. Attualmente, oltre a padre Claudio, c’è padre
Modesto, che parla kirundi e vive in Burundi dal ’72, padre Luigi Signori
di Bergamo, arrivato qui nel ’98, e altri diciannove preti saveriani
sparsi a macchia di leopardo nelle piccole missioni del
Paese. Padre Marano ha un faccione
rassicurante e una folta barba bianca. Per questa gente, da anni senza
speranza, deve sembrare un Babbo Natale alla latitudine sbagliata. Nel
dicembre scorso il Babbo Natale d’Africa è infatti partito per la nordica
Stoccolma, insieme a Guillaume Harushimama, uno dei giovani di lungo corso
del Centro, per ritirare il meritatissimo Premio Right Livelihood
2002, il Nobel alternativo che ogni anno viene assegnato
all’associazione più meritevole in campo socioculturale e umanitario.
"Siamo qui" ha detto commosso durante il suo discorso al Parlamento
svedese "a nome di tutti quelli che non sono qui stasera, i 20mila
iscritti al Centro e le 200mila persone dei quartieri nord di Bujumbura
dove viviamo, lavoriamo e sogniamo. Abbiamo passato anni terribili con
interrogatori, minacce, assedi e catture di ostaggi. I momenti più duri
erano di notte, quando persone d’ogni genere bruciavano, distruggevano e
uccidevano, a volte banditi, a volte ribelli o militari. Ma anche in
questo clima poco conviviale, migliaia di giovani d’ogni etnia
continuavano a venire al Centro per incontrarsi, discutere e raccontarsi
le atrocità della guerra, cercando motivazioni per tirare avanti. Giovani,
oggi come allora, che non volevano entrare nell’esercito o nei movimenti
di liberazione perché credevano in una società senza
armi…". Al Centro ho conosciuto
molti di questi ragazzi, d’ogni provenienza, etnia e religione, perché qui
non ci sono barriere né discriminazioni. I giovani vivono assieme,
partecipano a seminari, frequentano corsi di lingue e di computer,
organizzano tornei di calcio e pallavolo, guardano documentari e film,
giocano a biliardo e ping-pong, leggono i libri della biblioteca, suonano.
Chi vuole partecipa a veglie ecumeniche, e i cattolici vanno alla messa
domenicale. Attaccati alle mura
del Centro ci sono infatti sempre dei foglietti e una lavagna che
illustrano dettagliatamente le attività della giornata. "Abbiamo
attualmente più di 21.500 iscritti" racconta padre Claudio "e le attività
organizzate ogni anno sono centinaia. In questo modo aiutiamo le giovani
generazioni di diversa etnia e condizione sociale a far saltare tutte le
divisioni". Quando Claudio Marano
arrivò qui nel dicembre 1990, si respirava un’atmosfera di lenta
preparazione alla democrazia, dopo tre decenni di guerra civile seguita
all’indipendenza dal Belgio. C’erano ovunque attesa e voglia di
ricominciare ed erano frequenti le occasioni di confronto e collaborazione
tra i due partiti che rappresentavano le etnie hutu e tutsi, l’Uprona e il
Frodebu. Poi nel 1993 il Paese finì nel baratro della violenza.
"Forse perché era troppo bello
vivere insieme" spiega, amaro, padre Claudio. "Eppure, anche in quei mesi
terribili, da gennaio ad aprile del ’94, abbiamo continuato a lavorare coi
giovani del Centro. Hutu e tutsi si scontravano quotidianamente con atti
di crudeltà inaudita e noi restavamo in mezzo al fuoco incrociato perché
non volevamo rassegnarci al fatto che il Paese potesse sprofondare nella
logica della violenza. Ne abbiamo viste di tutti i colori. Almeno 10mila
persone sono state uccise solo nei quartieri nord. Di notte si sentivano
le grida dei torturati. Il nostro Centro era diventato una sorta di
lazzaretto dove Msf Belgio [Medici senza frontiere, ndr]
aveva allestito un ospedale da campo per curare i feriti. Finché il 23
aprile ci evacuarono con la forza. Noi accettammo di uscire solo dopo sei
ore di drammatiche trattative coi militari da cui ottenemmo
l’assicurazione che non avrebbero distrutto il
Centro. Restammo fuori una
settimana, poi il 1� maggio rientrammo accompagnati da due
ufficiali dello Stato maggiore e dal nunzio apostolico. Trovammo carcasse
di animali ovunque, i campi coperti dai bossoli dei proiettili, tre camion
carichi di mitragliatrici all’ingresso. Morte e desolazione erano
dappertutto e tanta era la voglia di fuggire. Ma da quel giorno, nella
buona e nella cattiva sorte, il Centro non è più stato chiuso. Abbiamo
continuato a stare con i nostri ragazzi e i frutti li stiamo raccogliendo
adesso". Ho passato qualche
giorno al centro di padre Marano e, per fortuna, non erano i colpi di
mortaio sulle colline a svegliarci alle sette del mattino ma il suono di
una vecchia chitarra elettrica collegata ad un amplificatore che un
ragazzo pizzicava mentre padre Claudio gli teneva il microfono.
All’insolita sveglia seguiva un inno al Signore, coi giovani seduti in
cerchio intorno alla bandiera della pace issata sul pennone; poi la
colazione nel cortile preparata da un gruppo di donne indaffarate tra i
fuochi e, infine, il Centro si riempiva del fragore delle carriole piene
di zappe e vanghe, condotte dai giovani che si recavano al lavoro. Nei
mesi di vacanza, infatti, vanno ogni giorno a bonificare i malsani canali
del quartiere, a impastare mattoni di fango o a riparare le case
malandate. Spesso al Centro fanno
da sottofondo le note soavi di Shamba, la canzone di Kidumu, un
giovane di Kamenge cresciuto coi saveriani e divenuto una celebrità del
Burundi e una delle voci più sublimi di tutta l’Africa. Adesso vive in
Kenya e quando viene a Kamenge è osannato come una divinità, anche se pare
si sia dimenticato troppo in fretta degli anni trascorsi qui.
Al concerto del 7 agosto
organizzato dai saveriani c’era una folla smisurata ad ascoltarlo. E i
militari dovettero faticare non poco per contenere l’entusiasmo della
gente. Non è roba da poco in
Burundi dimenticare per un giorno gli orrori della guerra.

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