Famiglia Cristiana n° 33/2001
"AIUTATECI AD AIUTARLI"
Dopo nove anni di guerra civile, solo i padri saveriani sono rimasti a Karnenge, periferia delIa capitale Bujumbura. Hanno continuato a lavorare anche con i colpi di mortaio che passavano sopra il Centro giovanile, unica oasi di pace.
Se non fosse per loro, i nomi di Kamenge e dei Quartieri Nord
di Bujumbura sarebbero associati solo alla guerriglia e ai rastrellamenti.
Troppe volte, in questi anni, tra le stradine di terra rossa di
questa desolata periferia della capitale burundese si sono svolte
vere e proprie battaglie. Quanti hanno dovuto ricostruire o rattoppare
la propria casa distrutta? Molte abitazioni, sventrate dalle bombe,
sono abbandonate e attaccate dalla vegetazione. Le famiglie che
ci vivevano sono state uccise, o sono fuggite per trovarsi a vivere
da profughi.
Se non fosse per loro, dicevamo. Claudio Marano, Gigi Signori,
Marino Bettinsoli, tre missionari saveriani che, caparbiamente,
sono rimasti là, nel cuore di Kamenge. Un'isola nel mare
di povertà dei bistrattati e "famigerati" Quartieri
Nord.
Nono anno di guerra civile, decimo anno di vita del Centre Jeunes
Kamenge, Centro Giovanile di Kamenge. Padre Claudio, il fondatore
della missione, allora, aveva i capelli meno incanutiti e veniva
da tutt'altra esperienza: l'animazione giovanile e la redazione
della rivista dei saveriani, Missione oggi.
Ma il carisma della Congregazione è, appunto, la missione,
e i saveriani hanno una storica forte presenza sia in Burundi
sia nel Congo orientale. Padre Claudio, insieme ai confrateIli
Marino e Victor Ghirardi (che poi mori nel 1994), andò
a Bujumbura e ideò il "folle" progetto di piantare
un centro giovanile nel bel mezzo dei quartieri dove la tensione
etnica era più forte. Volevano creare un luogo dove i giovani
- fossero di etnia hutu o tutsi, cattolici o musulmani - giocassero,
studiassero, imparassero a vivere insieme.
Così il centro ha aperto i battenti, a Pasqua del 1992.
E neanche un anno dopo il Burundi ha iniziato a vivere la sua
stagione più tragica. Nel 1993 hanno avuto luogo le prime
elezioni. Vinse il partito a maggioranza hutu (l'etnia costituisce
l'85 per cento della popolazione, ma Governo ed esercito sono
sempre stati in mano tutsi), e il suo leader, Melchior Ndadaye,
divenne presidente della Repubblica. Durò poco: a ottobre
fu ucciso e si scatenà la guerra civile, che in poche settimane
provocò 150 mila vittime.
Un conflitto che non è più finito, nemmeno dopo
il colpo di Stato del 1996 che ha portato al potere l'attuale
presidente tutsi: Pierre Buyoya. Ormai le vittime sono più
di 200 mila. Uno stillicidio costante di scontri, massacri, attentati,
rastrellamenti dell'esercito. E il centro giovanile, rinforzato
dall'arrivo di padre Gigi, ha vissuto giorno per giorno tutto
il dramma del Burundi, e di questa povera periferia: "La
missione", racconta padre Claudio, "è nata al
centro.di quattro quartieri, due a maggioranza hutu e due tutsi.
Allo scoppio della guerra civile, per quattro mesi militari e
ribelli si combattevano ogni giorno, con noi nel mezzo. Spesso
i colpi d'artiglieria passavano sopra le nostre teste".
I missionari sono sempre rimasti al loro posto. Anche quando
hanno subito un vero e proprio assalto da parte dei militari (pensavano
che al centro si nascondessero guerriglieri), e quando si sparava
a pochi metri dal loro cortile. Anche durante i rastrellamenti
dell'esercito, almeno una decina, che per settimane intere hanno
messo a ferro e fuoco la zona. "Nel 1998 c'è stata
l'ultima grande devastazione", spiega, "l'intero quartiere
di Karnenge è stato raso al suolo".
Ma i tre saveriani non hanno mollato. Hanno vinto la diffidenza
iniziale della gente con la testimonianza quotidiana. Il risultato
è che quella piccola realtà del 1992 oggi è
la più importante realtà di aggregazione giovanile
del Burundi: 18 mila iscritti (i Quartieri Nord sono abitati da
circa 200 mila persone), quasi cento animatori, 1.500 giovani
presenti ogni giorno al centro, una intensa attività pastorale
e di promozione umana a tutto campo, dalla sensibilizzazione sull'Aids
(a Bujumbura il 25 per cento della popolazione è sieropositiva)
alla scuola di alfabetizzazione; dalle attività sportive
ai corsi di informatica, dattilografia, lingue. E, ancora, il
lavoro sul territorio di 26 animatori, impegnati sia a sostenere
le associazioni (110) della società civile burundese, sia
l'educazione alla pace e alla riconciliazione.
"Tutto questo lo facciamo in collaborazione con le scuole,
le autorità locali e con l'appoggio della Chiesa burundese",
tiene a precisare padre Claudio.
Negli ultimi tre anni il centro ha promosso un'ultima grande iniziativa:
i campi di lavoro per la pace e la ricostruzione, che sono in
svolgimento in queste settimane. In turni di 15 giorni, 1.300
giovani, divisi in gruppi, aiutano le famiglie a rientrare nei
Quartieri Nord ricostruendo la loro casa. "Ne abbiamo rimesse
in piedi 300", dice il missionario. "Ce ne sono da ricostruire
ancora 4.000. I ragazzi non fanno solo lavoro manuale, imparano
a vivere insieme, e si formano alla pace e alla riconciliazione.
Il nostro problema è economico: potremmo fare molto di
più, tanti altri giovani chiedono di partecipare. Ma non
ce la facciamo, le risorse finanziarie non bastano". Intanto,
la guerra civile continua. Parafrasando l'antico proverbio, tanti
alberi cadono ancora, ma questa presenza missionaria continua
a far crescere una grande, silenziosa foresta.
Luciano Scalettari