Azione nonviolenta, febbraio 2001

Giovani obiettori del Burundi, la nuova speranza del paese

A cura di Riccardo Bevilacqua Lazise

Il Burundi è un paese in guerra dal 1993. Il 28 Agosto 2000 ad Arusha, grazie alla estenuante mediazione di Nelson Mandela e Kofi Annan, è stato firmato un accordo di Pace da tutte le 19 delegazioni partecipanti ai negoziati. Il “cessate il fuoco” doveva invece essere raggiunto in un incontro organizzato a Nairobi per il 20 settembre, incontro che non ha avuto luogo lasciando la situazione in stallo. Questo è quanto accade sulla scena illuminata dai riflettori, sotto gli occhi annoiati (quando non completamente assenti) dei media di tutto il mondo. Questo è il processo di Pace “ufficiale”, quello che si consuma tra accordi, smentite, e infinite trattative. Ma cosa accade nel paese direttamente interessato dal conflitto in questione? Cosa accade nei quartieri Nord di Bujumbura, noti per essere spesso teatro di scontri? Qui è in atto un processo di Pace parallelo e non meno importante. Un processo di pace portato avanti con estremo coraggio dalla società civile. Un punto di riferimento per coloro che credono nella pace è sicuramente costituito dal Centre Jeunes Kamenge, gestito dai severiani. Responsabile del centro è padre Claudio, che ha risposto alle nostre domande.
Come avete vissuto l’attesa della firma dei trattati del 28 agosto, qui al Centre Jeunes Kamenge?
Abbiamo giocato le nostre carte. Abbiamo avvicinato più di 20.000 persone attraverso diverse attività. E’ stato uno sforzo colossale. Campi di lavoro, spettacoli, incontri e giornate di studio a tutti i livelli, tornei, concorsi… Volevamo arrivare preparati al 28 agosto. Abbiamo anche lanciato azioni non violente: accendere una candela alla finestra, legarsi una striscia di stoffa bianca al polso per dire a tutti che si è scelta la vita.
Qual è stata la risposta della gente dei quartieri Nord?
Dopo tanti anni di lavoro, la cosa più bella che ci è capitata è quella della crisi mancata durante la settimana prima della firma. In città hanno iniziato scioperi, hanno messo barricate, hanno fatto tentativi di “città morta”, ma nei Quartieri Nord, tristemente famosi per essere sempre al centro di questi casini, non è successo niente. I giovani, anche i più estremisti non hanno accettato di partecipare e hanno atteso la pace. E’ stato bellissimo vedere i giovani dei campi di lavoro, piombare nelle strade dei quartieri a pulire, tagliare la erbe, svuotare i fossati, mentre tutto in città era bloccato, senza che nessuno potesse minacciare questi piccoli eroi della pace che, mettendo chiaramente in pericolo la loro vita davano l’esempio di un paese che vuole voltare pagina. Un’altra di queste realtà che ti fanno piangere di gioia è vedere che decine di giovani non accettano più di fare il servizio militare obbligatorio per tutti coloro che vogliono andare all’università. Non vogliono andarci perché credono alla pace, alla non violenza, alla risoluzione pacifica dei conflitti. Nessuno ne ha mai parlato con loro ma hanno capito che devono essere dei veri uomini e donne di pace… e non solo a parole.
Da tre anni in Burundi i giovani che arrivano ad essere finalisti nelle graduatorie delle scuole secondarie, per avere la possibilità di fare l’università devono prestare il servizio militare di un anno. I primi tre mesi consistono in un addestramento poi, visto che il paese è in guerra devono andare a combattere. Chi non fa il militare non può continuare l’università statale e quindi non potrà mai lavorare nell’amministrazione. Le stime non ufficiali dicono che su 1500-1800 tra ragazzi e ragazze che avrebbero dovuto prestare servizio per poi fare l’università statale, solo 400 si sono presentati. Chi vuole continuare gli studi deve frequentare le università private che stanno nascendo come funghi in tutta la città. Il problema è che tali università essendo private sono costosissime (scuole elitarie da 250-300 alunni) e pochi sono coloro che possono permettersele, inoltre i docenti insegnano in tre o quattro posti contemporaneamente. C’è da restare stupiti, in un paese in cui fare l’università significa avere una delle pochissime chance (chance di cui spesso l’Africa è avara) che possono cambiarti veramente la vita, esistono giovani che sono disposti a rinunciarvi in nome della Pace. Ma la cosa ancor più sorprendente è scoprire con quanto coraggio, determinazione e semplicità questi giovani portano avanti una scelta così difficile. Quando ho chiesto ad uno di loro se nella sua scelta di non fare il militare vi erano motivazioni di natura nonviolenta mi ha risposto: “Nella mia natura io detesto la violenza. Nell’esercito ti insegnano a batterti, a usare le armi, a spingere gli uomini contro altri uomini, ad uccidere. E poi quando hai acquisito tale formazione ti risulta impossibile restare non violento. Io non voglio andare alla guerra perché è un teatro in cui si usa la violenza”.
Ma sei veramente cosciente che questa scelta avrà conseguenze sulla tua vita, sul tuo lavoro, sui tuoi studi?
“Sono pienamente cosciente che mi sarà praticamente impossibile continuare gli studi e che non potrò trovare un lavoro nell’amministrazione. In una parola la mia vita è in gioco, ma sono certo che riuscirò a farcela senza lavorare nell’amministrazione e senza fare l’università di Stato. E prima di tutto bisogna comunque restare vivi.”
Sei disposto a sacrificare un po’ di quelli che sono i tuoi sogni personali per il futuro del tuo paese?
“In un paese come il nostro dove la povertà la fa da padrona, è utopico pensare che al futuro del proprio paese senza pensare al proprio. Ma quando ci penso su, i miei sogni saranno realizzati quando nel mio paese i bisogni più essenziali di tutti saranno assicurati. Sono pronto a sacrificare parte dei miei sogni personali per il futuro del paese, perché non vorrò ridere da solo vicino a migliaia che piangono”.


Voglio bene al mio paese, perciò non faccio il militare

Abbiamo intervistato tre giovani obiettori del Centre Jeunes Kamenge che si apprestano a rifiutare il servizio militare obbligatorio. Sono poco più che adolescenti. Ecco le loro risposte.

Nella tua scelta di non fare il servizio militare obbligatorio, ci sono motivazioni nonviolente? Quali?
* Si, penso che al mondo ci siano cose cattive e cose buone. Facendo il militare si impara a uccidere, a violentare, afare la guerra. Facendo parte del Centro Giovani Kamenge ho imparato che il miglior modo di risolvere i problemi è il dialogo ... dobbiamo lasciare questa terra avendola resa migliore di come l'abbiamo trovata.
* Io detesto di natura la violenza. Nell'esercito si impara a battersi, ad andare contra altri uomini. E poi dopo una tale formazione secondo me, sarebbe difficile essere nonviolenti. Non voglio andare inguerra che è l'arte della violenza.
* La storia ci insegna che la guerra non ha mai risolto i conflitti della società. I grandi sconfitti della guerra sono sempre i popoli. Una cosa sarebbe mettere l'esercito al servizio della popolazione, ma un'altra cosa uccidere la gente per "difenderla".

Sei cosciente che questa scelta avrà conseguenza sulla tua vita, sul tuo lavoro, sui tuoi studi?
* Sono cosciente del fatto che ci saranno conseguenze positive e negative, ma quelle negative saranno di corta durata. Negative : non potrò continuare gli studi superiori e mi sarà difficile trovare un lavoro nell'amministrazione pubblica, ma penso che in futuro non sarà più così. Positive : sarò sempre pronto ad ascoltare gli altri e ciò mi incoraggerà nel mio cammino nonviolento.
* Si, so bene che non potrò proseguire gli studi e ci potranno anhe essere conseguenze giudiziarie. So che la mia vita è in gioco, ma si può ben vivere anche senza lavorare per lo Stato e senza frequentare l'università pubblica. La vita non è un diploma.
* Io preferisco essere meno che niente piuttosto che cedere a un ricatto come quello che mi fa lo Stato. Che vita sarebbe quella che mi si offre con un coltello in mano, se non posso stabilire io le regole? Che senso avrebbe la mia vita, se la cedessi a qualcun altro?

Saresti pronto a sacrificare qualche tuo sogno personale, per il futuro del tuo paese?
* Si, affinché nel futuro nessuno sia giudicato per la sua origine e ognuno sia fiero di ciò che è.
* Sono cosciente del fatto che se nessuno fa niente, il paese non ha futuro. Se vogliamo che ci sia un futuro, è oggi che dobbiamo cominciare. Ognuno di noi potrebbe pensare solo a se stesso e disinteressarsi del proprio paese, ma io penso che un uomo senza patria è come un albero nel deserto.
* Nella nostra società abbiamo molta povertà. E' utopistico pensare al futuro del proprio paese e ignorare il proprio. Ma i miei sogni saranno realizzati solo se il apese riuscirà a rispondere almeno ai bisogni essenziali di tutti. Dunque sono pronto a sacrificare i miei sogni personali futuri, per il futuro di tutti. Non si può ridere da soli vicino a migliaia di persone che piangono ...